Politica 2.0: targettizzazione degli elettori e polarizzazione delle opinioni (banalizzate).

All’inizio fu Barack Obama che impostò un’ottima campagna social per sostenere la propria ascesa nel 2008 e fu la prima volta in assoluto che si impostava anche un rapporto diretto tra politico e cittadino.

Da allora, una nuova stagione politica – che potremmo definire 2.0 – è in atto e caratteristiche che risultano comuni a molti esponenti politici, e svincolate dai rispettivi credi politici. L’iniziale idea di una democrazia maggiormente partecipata, pure ottima e spero sempre attuabile, ha preso una deriva preoccupante.

È grazie ai social se è stato possibile questo cambiamento nel modo di interagire online tra elettore ed eletto, se si può veicolare contenuti in una maniera più fruibile oltre che comprendere la propria audience basandosi sugli analitycs in tempo reale degli utenti (alias degli elettori).

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Questo comporta, a mio avviso, almeno tre conseguenze potenzialmente negative: la prima, dalla prospettiva del politico di turno, è che se non si ripone la massima attenzione a ciò che si condivide online, un post o un tweet di cattivo gusto ritorneranno indietro come dei boomerang riducendo repentinamente il gradimento degli utenti e peggiorando l’immagine di chi ha compiuto la gaffe.

Il secondo aspetto, dalla prospettiva degli elettori, è che si perde di vista il contenuto politico in quanto tale, ci si dimentica anche di sviluppare, magari per il tramite di un confronto, una visione e un’ideale, per lasciare spazio a tutto ciò che gli utenti vogliono osservare.

Non siamo più al Yes we can di Obama, che con uno slogan ha espresso contenuti e puntato il dito sulla partecipazione collettiva al cambiamento dello status quo. Siamo a Salvini che durante una live su Instagram, nella sua cucina ancora con gli avanzi della cena, dialoga con fan e contestatori rispondendo a tono alle offese.

Queste due conseguenze portano con loro una terza conseguenza: avendo un contatto diretto con gli elettori, potendo essere contestati da questi (e senza filtri), nessun politico si sbilancia troppo prima di capire che opinione ha il suo elettorato (almeno sulle questioni più delicate), in modo da pianificare come muoversi strategicamente per conquistare visualizzazioni, condivisioni e quindi avere più peso politico.

Ciò vuol dire che i dati analitici dei social valgono oro, e sono disponibili non solo per i politici che vogliano capire che tipo di successo stanno riscuotendo, ma anche per i  brand manager, o di chiunque abbia competenze definire una strategia politica basata sulla costruzione di relazioni più forti con i propri clienti (che a questo punto potrebbero essere considerati anche come dei consumatori.

E ciò vuol dire anche polarizzazione delle opinioni (che quindi vengono banalizzate): o si o no. O mi piace o non mi piace (che nel linguaggio di Facebook si trasforma in un like o in un Grr o in un sigh visto che il dislike non è stato inserito). Nessuna argomentazione, nessun giudizio sfumato. Quindi, scontro.

Provate a commentare in un modo anche solo velatamente critico, immaginate di sottoporre un’idea alternativa a quella proposta: arriva l’esaltato di turno secondo il quale sei il Pidiota che difende chissà quale interesse, o sei un fascioleghista degno della peggior specie, o ancora un pentastellato di serie B.

È la cultura dei social bellezza, con la conseguenza, tuttavia, che si banalizzano non solo le opinioni, ma anche il concetto stesso di democrazia che, secondo le nuove regole non scritte ma esistenti, consista solo nella possibilità d’interagire con un post pieno di slogan (spesso con altrettanti slogan).

Incentivare la democrazia partecipata non vuol dire interagire nella diretta Instagram con Salvini (magari offendendolo), ma strutturare piattaforme digitali per le consultazioni, risolvere l’uguaglianza nella possibilità di accesso ad Internet, con investimenti attivi da parte dello Stato per colmare il digital divide e alfabetizzare digitalmente gli utenti/elettori.

Insomma, c’è bisogno di una controrivoluzione culturale nell’utilizzo dei social, perché il binario intrapreso rischia di non portare a una democrazia partecipata (concetto nient’affatto che negativo) ma a una discarica di opinioni banali e di insulti.

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